Cultura della convivenza

Scriveva Alexander Langer nel suo “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica” nel novembre del 1994:

“(..) Non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. (…) Più abbiamo a che fare con gli altri, meglio ci comprenderemo. (…) Più rigida ed artificiosa diventa la definizione dell’appartenenza e la delimitazione contro altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto.” È necessario “reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che – se tollerato – rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili.”

Mi piacerebbe pensare ad una cultura dell’ospitalità in Alta Badia e in Südtirol, che abbia la volontà di andare oltre il puro turismo, verso un’ospitalità più ampia, più solidale.

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Manuel Riz, Caricatura dl’edma, La Usc di Ladins

A Bologna per parlare di…

Venerdì sarò a Bologna, per parlare di storia e cultura dell’ospitalità, di valori, di bene comune e di terme con stile. L’Italia avrebbe un grande potenziale.

venerdì, 17 febbraio 2017
14.30 – 15.30

General Session
Sala Italia – Palazzo dei Congressi

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Magia

Ho da raccontarvi una storia favolosa. Una di quelle storie che fioriscono improvvisamente come un temporale d’estate. Dal sole alla pioggia in un batter di ciglia.

Magia

È il periodo nel quale Anni ed Ernesto vanno spesso a Montalcino e dintorni, hanno amici lì, a papà piace il vino buono; visitano Bagno Vignoni; hanno mille idee, la stagione a Corvara è corta, troppo corta: sognano di continuare la loro storia imprenditoriale in Toscana. E mentre un giovane Ernesto decide che mai e poi mai lascerà questi posti se non per brevi vacanze, Anni per molto tempo continuerà a pensare alle acque benedette della grande piscina termale di Bagno Vignoni. A volte preferiamo girare al largo da cose e persone sconosciute per timore, pudore, non conoscenza. O perché non ci sentiamo all’altezza, o perché gli anni passano. Altre volte nella storia accadono fatti che lì per lì sembra non abbiano particolare significato e invece a lungo andare si dimostrano come elementi decisivi, segni premonitori di qualcosa che verrà. E poi un bell’intreccio è fatto anche di analogie, affinità fra i protagonisti, casualità che si rispecchiano. Dicevamo Val d’Orcia: in uno dei lembi più belli d’Italia incontriamo un pezzo di storia che risale alla fine dell’Ottocento, ma che ha nell’anno di grazia 1956 il suo punto cardine preciso. È l’anno in cui l’albergo Posta Marcucci prende le attuali sembianze. Nello stesso anno, nel 1956, nasce qui a Corvara l’albergo che ben conoscete. Coincidenze? Sono troppe le affinità, innumerevoli i segnali: decidiamo di fare il grande passo. L’albergo Posta, fino a pochi mesi fa dei fratelli Marcucci, nipoti delle vecchie proprietarie, di quelle ragazze che Ernesto portava in montagna, di quelle zie che con amore e personalità crearono quell’atmosfera inequivocabile che piace tanto da nord a sud della penisola, con quel susseguirsi di mobili antichi, quadri belli, oggetti appoggiati con cura, lunghi drappi che disperdendosi nelle ampie sale donano un’aurea nobile alla casa d’ora in poi parlerà ladino. O meglio, un tosco-ladino, perché le radici rimarranno sempre toscane. Ed è così: andiamo in Toscana perché abbiamo voglia di imparare. Come un filo che non si spezza, a partire dall’aprile del 2017 ne prendiamo un capo per portarlo ancora un po’ più in là, senza nulla mutare, solo tramandare: con gioia, tatto, semplicità e rinnovato vigore.
Leggi tutta la storia: www.hotel-laperla.it

L’orologio dell’apocalisse

Le Dolomiti, bel posto. Talmente bello che a Corvara in Alta Badia tra questi bei monti non si vogliono profughi: questione d’igiene, sicurezza e soprattutto d’immagine. Tutti gli altri, quelli che per qualche giorno sulle belle piste innevate sono disposti a pagare, sono ben accetti. Mentre il nuovo Presidente austriaco invita alla solidarietà e a porre l’ottimismo davanti all’incertezza, mentre in albergo ricordiamo l’olocausto, perché è solo ricordando che riusciremo a far sì che non succeda più, il nostro comune invita a “difendersi con mani e con piedi dall’altro” e l’orologio dell’Apocalisse avanza a due minuti e mezzo alle dodici. Il grande Petrarca ci suggerisce invece di distendere l’arco del tempo e “guardare contemporaneamente avanti e indietro”, perché è solo così che ci evolveremo verso il meglio. La speranza non è persa, abbiamo ancora due minuti. Due minuti? Sì, due minuti. Il presidente Trump (mi fa ancora un certo effetto chiamarlo presidente) ha causato l’avanzamento delle lancette di un altro mezzo minuto. Gli scienziati del ‘Bulletin of the Atomic Scientists’, fra cui ci sono quindici premi Nobel, manovrano ogni anno il Doomsday Clock, l’orologio simbolico ideato all’Università di Chicago nel 1947. Il mezzo minuto perso è a causa del forte aumento del nazionalismo nel mondo, delle dichiarazioni del presidente Donald Trump sulle armi nucleari, del riscaldamento climatico, del deterioramento della sicurezza mondiale in un contesto di tecnologie sempre più sofisticate così come di una crescente ignoranza delle competenze scientifiche”. A proposito: il presidente Trump, ancora lui, vuole costruire il muro sulla frontiera con il Messico e farlo pagare ai messicani. Ma si può?

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Il turismo e la montagna

Il 09 febbraio sarò a Cavareno a parlare di “turismo e montagna” e anche e soprattutto di bene comune e di consapevolezza.

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La poesia del tennis

Per lui sarebbe andata bene anche la parità. Un grande uomo, umile, mite. Lo sport sa essere bellissimo. Ieri, a dieci anni esatti dall’ultima vittoria in uno Slam di Roger su Rafa, abbiamo rivisto e ammirato la bellezza del rovescio a una mano uscire dalla sua racchetta con una grazia, una precisione, una perfezione quasi sublime.

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Trentino, 31/01/2017

 

Curiamo più l’umanità, meno i bilanci

Con un fiuto che sa di pregiudizio, il Comune di Corvara ha reso noto che occorre “difendersi con mani e piedi, perché la maggior parte di questi non sono rifugiati, e poi essendo troppo diversi culturalmente, ne va anche della sicurezza, igiene e immagine di Corvara”. Mi domando: come possono consiglieri comunali giudicare come “non migranti” persone di cui nulla sanno e che non hanno mai incontrato? Non vi sono anche dei turisti “culturalmente molto diversi”? Penso – tra gli altri – a quegli sceicchi che a volte compaiono nelle nostre terre con ampio seguito di mogli e di personale. La differenza “culturale” è in realtà una differenza di censo? Hanno dimenticato i ladini gli anni recenti in cui erano costretti anche loro a uscire dalle loro valli per trovare lavoro e sussistenza per le proprie famiglie? Di fronte al museo ladino di San Martin de Tor, è inciso nella pietra: “Non vendere la tua terra, il tuo sangue!”. Non si dice però di chiudere la proprio terra, perché non siamo noi a possedere la terra ma sarà prima o poi lei, nostra madre, ad avere noi. Ed allora vedremo se il nostro agire sulla terra ci avrà meritato “una patria nei cieli” (come scrive san Paolo) o se ci troveremo apolidi ed esclusi dai “giusti delle genti”, perché non abbiamo curato l’umanità ma i bilanci.

Don Paul Renner, dal Corriere dell’Alto Adige,