Minoranze, collante per la cultura alpina

“Quanto si può essere etnia? Quanta etnicità è ammissibile prima che sfoci in violenza?“ Tema impegnativo, quello proposto dal moderatore della discussione, l’ex presidente dell’Union Generela Michil Costa, in occasione dell’incontro tra le minoranze d’Italia a Livinallongo. All’incontro erano presenti anche il presidente della Confemili (Confederazione Nazionale delle Minoranze Italiane) Domenico Morelli, il sindaco di Livinallongo Gianni Pezzei e una nutrita rappresentanza delle dodici minoranze riconosciute dalla legge 482/99. Costa è partito da lontano, citando la guerra tra Iran ed Irak e quella tra ebrei e palestinesi, “dov’è proprio lo scontro tra etnie a impedire la pace. Spesso bisogna guardare lontano per comprendere molti problemi locali”. Ha poi messo altra carne al fuoco della discussione, chiedendosi e chiedendo fino a che punto sia vero che un laico è la persona con la visione più obbiettiva delle cose, quanto la Chiesa dovrebbe intervenire su certe tematiche. “E nello stesso tempo” ha proseguito “quanto sia giusto che il Vescovo di Belluno/Feltre proibisca ad un coro di cantare il Padre Nostro in ladino durante la Messa. Le minoranze linguistiche sono un collante per la cultura alpina e un ladino non è tale senza il suo territorio” è stata la sua conclusione. Considerazioni alle quali ha risposto Morelli, che ha ricordato come l’art. 6 della Costituzione italiana, preveda la tutela delle minoranze linguistiche e non etniche. “Con questo principio” ha ricordato” si garantiscono le stesse opportunità a tutti i cittadini, si riconosce nella diversità una ricchezza”. Sempre secondo Morelli poi, l’accordo De Gasperi – Gruber (che sancì l’autonomia della Regione Trentino – Südtirol), dovrebbe essere usato più spesso come modello per risolvere altri problemi. “L’Italia” ha poi ricordato, “ha un’antica tradizione d’accoglienza nei confronti della Babele di popoli che negli anni vi sono passati e si sono stabiliti. Come minoranze dobbiamo fare di più per mostrare la nostra cultura. È un segno di debolezza rimanere sempre nell’ombra del proprio campanile”. E per rispondere al quesito cardine di Michil ha affermato che “etnico è qualcosa di troppo particolare. Noi abbiamo differenze più vive, che sono la nostra lingua e la nostra cultura”. È seguito poi l’intervento di Andrea Oxilia, cimbro di Giazza, frazione di trenta abitanti nella Lessinia veronese. Il suo è stato un appello affinché venga riconosciuta la stessa tutela a tutte le minoranze. Un cimbro di Roana.(Vicenza) ha poi ricordato come lui non sia tutelato allo stesso modo di un cimbro del Trentino. Non ha risparmiato critiche nei confronti di alcune leggi attualmente in vigore per le minoranze linguistiche. “La legge del Veneto è troppo blanda e la 482/99 deve essere rivista e modellata secondo le reali necessità delle minoranze”. Don Vito De Vido, parroco di Arabba ha posto l’accento sul concetto di coscienza. “Un abitante del Cadore” ha esordito, “si sente cadorino e non certo ladino, ma è più ladina una persona che viene da fuori e si interessa della cultura ladina o un originario che al contrario, la disprezza? Può essere considerata ladina Belsy, la famosa cantante di origini indiane adottata da una famiglia gardenese? O svizzera la guardia di colore che presta servizio tra le guardie vaticane?“ ha chiesto provocatoriamente. La discussione è proseguita con diversi altri interventi, in particolare sulla possibilità di usare la lingua minoritaria nelle celebrazioni liturgiche. Una rappresentante della minoranza sarda ha spiegato come nell’isola si stia lavorando alla traduzione della bibbia e della liturgia per sottoporla poi all’approvazione da parte delle commissioni ecclesiali. Morelli ha concluso ricordando che la Chiesa si è sempre opposta all’uso di lingue non ufficiali nella Messa, giustificandola con il bisogno di mantenere la dignità delle preghiere. Un veto caduto con l’approvazione della legge 482/99.

Lorenzo Soratroi, Corriere dell’Alto Adige, Corriere del Trentino, Corriere delle Alpi 09.09.2008

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