Nella Stua de Michil indovina quanto si può tacere a cena

Questa è la cronaca di una cena speciale. Una cena a bocca chiusa. Non perché non si è mangiato niente (il menù era più che invitante e i vini che accompagnavano i piatti tutti scelti con mano esperta) ma perché il tema della serata era il silenzio. Praticato da tutti, anfitrioni, commensali, maitre, camerieri e brigata di cucina. Siamo a Corvara, nella Stua di Michil, il ristorante gourmet dell’hotel La Perla, un piccolo gioiello incastonato tra le montagne dell’Alta Badia. All’appello di Michil Costa, patron dell’albergo di famiglia, hanno risposto in ventuno. Per curiosità, per sfida (riusciremo a stare zitti per sei ore ininterrotte?), per mettere alla prova il partner…

Mentre il sole inizia a tramontare dietro il Sassongher seguiamo Michil al vecchio maso di famiglia, un edificio che risale al quindicesimo secolo, a due passi dall’albergo. «Non sono un guru, non ho insegnamenti da dare a nessuno» aveva detto poco prima chiacchierando con qualche ospite che chiedeva il motivo dell’iniziativa. E però Michil è uomo di grandi passioni. Da quelle giovanili, la musica punk che lo aveva portato a Londra in uno scatto di autonomia e insofferenza verso gli angusti confini di queste valli, all’interesse per i vini, da cui è scaturita una spettacolare cantina dove il Sassiccaia invecchia sulle note di Schoenberg, alla successiva riscoperta dei valori della propria tradizione, tanto da farne uno dei leader della comunità ladina, fino all’incontro con il Dalai Lama e alla creazione di una Fondazione che sostiene progetti di studio per i giovani del Tibet.

Ci accoglie nel maso, dove si affollano scampoli di vita quotidiana contadina: le pannocchie appese sul balcone, le vecchie cucine in ferro, le scatole ricamate al mezzopunto, i cesti di fiori secchi e poi utensili, grandi radio in bacalite, Madonne e Santi, le foto di caduti e reduci della prima guerra mondiale. Un luogo colmo di storia minima, un ricco e personale museo etnografico dove gli ospiti si perdono sorseggiando bollicine finché non compaiono due folletti che avvolgono tutti con un filo rosso mentre una voce fuori campo suggerisce di usufruire del rumore del silenzio per amplificare pensiero e consapevolezza. Ma è l’unico richiamo serio a un tema su cui si potrebbe discutere per ore, Michil taglia il filo rosso e subito arrivano speck, salumi e sottaceti. Mentre i folletti soffiano bolle di sapone fa il proprio ingresso un signore in giacca di tweed e valigia che accenderà l’intera serata con il suo humor surreale alla Mr Bean.

È ora di cena. Ci si avvia alla Stua dove ai tavoli si dialogherà scrivendo sul taccuino d’ordinanza, mentre gli elfi sorprendono con giochi di prestigio, scherzi e piccole prove d’intelligenza. Una strampalata cartomante leggerà il futuro nell’uovo e ognuno pescherà da un contenitore di legno dei piccoli messaggi che contengono frasi celebri e aforismi (a me ne è capitato uno di Mary Kay Ash: «Se pensi di potercela fare ce la puoi fare. Se pensi di non potercela fare hai ragione». E come darle torto?).

Ai tavoli grandi risate, smorfie e giri di taccuini. C’è persino chi ha tentato di mangiarsi il foglietto per evitare che finisse nelle mani sbagliate. Lo chef Arturo Spicocchi ci ha preparato un felice e inaspettato carpaccio vegetale (dove l’anguria “lavorata” aveva del tutto l’aspetto di un fassone piemontese), risotto all’aceto d’acero con midollo di vitello, coscia d’agnello croccante con funghi e menta e gelato di sedano con sedano rapa candito.

Alla fine eravamo tutti piuttosto euforici. Ma “L chit”, il silenzio in lingua ladina, ha indotto ognuno a una riflessione. E questo era lo scopo, perchè «stare zitti non significa non dire niente», anche se Michil Costa sa che c’è chi vedrà nell’iniziativa solo l’aspetto «commerciale», una bella trovata per far parlare del suo ristorante. In ogni caso si replica tutti i mercoledì fino all’inizio di agosto. Il prezzo della cena varia da 90 a 110 euro: «Novanta perché non siamo stati perfetti, 100 perché è stato bello, 110 perché manca la lode, ma ci abbiamo provato».

Il Sole 24ore, 08/07/2010

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