Corrado Augias, la filosofia dell’accoglienza

Caro Michil,

ogni volta che ho la gioia di tornare da voi a ‘La Perla’  ritrovo le belle stanze spaziose, la cucina squisita, la magnifica scelta di vini. Mi potrei fermare qui e sarebbe già molto dal momento che non sono poi tanti gli alberghi che possano mettere insieme queste qualità. Nel nostro caso invece si deve continuare perché c’è anche dell’altro. Di che cosa si tratti non è facile dire. Potrei aggiungere il personale: tutti così scrupolosi nelle loro mansioni, professionali senza affettazione e senza freddezza, anzi disinvolti, cordiali, rispettosi. Però nemmeno le qualità del personale esauriscono la questione. Allora, lasciandomi un po’ andare, tiro in ballo la filosofia dell’accoglienza. Forse è questo che rende raro il tuo albergo ma l’ipotesi avanzata è impegnativa e devo cercare di spiegarla. Mi colpì fin dalla prima volta, per esempio, la frase del Dalai Lama Tenzin Gyatso che hai voluto scrivere sul muro d’ingresso perché l’ospite (l’ospite che vuole vedere) capisca prima ancora d’entrare dov’è capitato: «Questa è la mia semplice religione – nessun bisogno di templi né di complicate filosofie – il nostro cervello e il cuore: siano quelli il nostro tempio – la filosofia è gentilezza». Traduco il ‘Kindness’ dell’originale con ‘gentilezza’ anche se so che i due termini non sono esattamente equivalenti e che c’è in ‘Kindness’ una sfumatura più delicata che ‘gentilezza’ forse non ha. Trovare in un albergo una citazione così forte è qualcosa che fa sobbalzare. Nel mio caso la frase mi colpì anche perché corrisponde esattamente alla visione religiosa di un giovane teologo (cattolico) italiano che ho la fortuna di frequentare. Si chiama Vito Mancuso, ed ha attirato su di sé forti sospetti dalle sue gerarchie anche se continua ad insegnare Teologia al San Raffaele di Milano e dunque, per il momento ….

Stavo parlando di un albergo e sono scivolato addirittura nella teologia, preoccupante digressione. Mi ci hai spinto tu su un terreno così improprio, così poco frequentato, così incongruo rispetto all’idea di ‘vacanza’, una parola insidiosa la cui radice evoca il vuoto, l’assenza. Tu non solo con le parole del Dalai Lama ma anche con le tue garbate eccentricità, le giacche ben attillate, le matite colorate nel taschino quando non si tratta di una ranocchia o di un delfino. Tu col tuo velocipede antidiluviano e molto chic in sella al quale hai addirittura fatto i passi dolomitici. Insomma: tu col tuo snobismo. Ho detto snobismo? Sì, devo confessare, quando ti ho conosciuto l’ho pensato.  Solo in seguito ho capito che la faccenda era un po’ più complicata, che le cameriere con la crestina inamidata sulla fronte, il pulmino anni Trenta, i bei bracieri, la patina ricercata di tanti piccoli dettagli del tuo ‘La Perla’ non erano snobismo né folclore. O almeno: non solo quello. Andavano insieme alle tue campagne contro il rumore, il traffico, lo scempio di un colle in nome della speculazione, l’inquinamento, l’apertura inutile di una strada dove c’era un sentiero che si snodava tra i mughi e gli abeti con la ghiaia che scricchiola sotto le scarpe. Tutto questo si tiene insieme ed è ciò che ho cercato di riassumere nella generica dizione ‘filosofia dell’accoglienza’.

C’è un senso in tutto questo? La domanda la rivolgo a te ma, per la parte che mi riguarda nel mio mestiere, la pongo anche a me stesso. Ha senso cercare di contrastare spinte che sono ormai così forti? Evocando un passato che ci sembra più ‘Kind’, più gentile, ma che in ogni caso se n’è andato per sempre? Ostinarsi a mandare qualche segnale che le cose, le reazioni, il linguaggio, i gesti, i comportamenti, il modo di rivolgersi agli altri potrebbero essere diversi, tirare in ballo insomma la ‘Kindness’ invocata anche dal tuo Dalai Lama? Non lo so. Certe volte penso che sia tutto inutile, anzi peggio,  che sia velleitario, dunque in definitiva un po’ patetico. Tu col tuo pezzetto di mondo nel quale tenti di tenere in vita una bellezza che ci sono voluti secoli per mettere insieme. Ha senso tutto questo mentre tanti altri, a cominciare credo da molti tuoi concittadini, vorrebbero solo più traffico, più funivie, più discoteche, più strade belle larghe per arrivare col SUV fino in cima alle montagne?

Come si deve sentire chi cerca di contrastare l’andazzo generale? Il ragazzino olandese che mette il dito nel buco per salvare la diga? è un piccolo gesto eroico che fa un essere umano quando tenta di fermare i ‘barbari’? O è solo uno che prende freddo al dito perché tanto la diga viene giù lo stesso? Io una risposta non ce l’ho. Tu invece la risposta l’hai trovata nella tua filosofia dell’accoglienza. E’ bene che continui.

Corrado Augias

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