I figli dei nostri migranti all’estero

di Piero Innocenti

Ci sono circa 110milioni di persone con un cognome italiano in giro per il mondo e molti sono quelli che hanno raggiunto ruoli importanti sia nell’apparato pubblico che nel settore privato. L’ultima “sorpresa” in tema di “figli di immigrati italiani che si son fatti strada all’estero”, l’abbiamo avuta con Rick Santorum, ex senatore della Pensylvania, figlio di un immigrato della “padania” (Riva del Garda) che, nell’appuntamento elettorale del 4 gennaio u.s., nello Stato dello Jowa, per la corsa alla Casa Bianca di quest’anno, ha ottenuto ben 30.007 preferenze (soltanto otto in meno dell’altro candidato repubblicano Mitt Romney). La campagna elettorale americana è ancora lunga e piena di insidie e, tuttavia, per Santorum quello di pochi giorni fa è già un bel successo personale.
In realtà, la storia del nostro paese è ricca di emigranti e di figli di “zappaterra” che hanno dato un contributo eccezionale alla crescita sociale ed economica dei vari paesi in cui sono stati “accolti”. Da Giacomo Beltrani che scoprì le sorgenti del Mississipi, al gruppo di friulani che costruirono la Transiberiana, a quelli che fondarono comunità a Tianjin, nel cuore della Cina, ad Amadeo Giannini che fondò la Bank of America, la più grande del mondo, al trevisano Amedeo Obici che per primo ebbe l’idea di commerciare le “noccioline” sbucciate e salate. Agli “zii d’America” si sono aggiunti, negli anni, i milioni di onesti lavoratori che si sono spaccati la schiena contribuendo al benessere di quegli Stati. Altri si son fatti largo nella politica, nella letteratura, nell’arte, nel cinema. Abbiamo dato alla Francia statisti come Leon Gambetta, al Venezuela, Francesco Isnardi che compilò la dichiarazione di indipendenza, all’Argentina, Manuel Belgrano, “padre” della bandiera nazionale; agli USA, Fiorello La Guardia, apprezzato sindaco di New York, Antonio Meucci, scopritore del telefono, Enrico Fermi, dell’energia atomica. Ma non è stato affatto facile farsi “strada”! Appena una sessantina di anni fa, in diversi locali pubblici tedeschi e svizzeri, appariva un cartello con la scritta “ingresso vietato ai cani e agli italiani”. Leggendo la relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano di novant’anni fa, che si riferiva ai nostri migranti, ci accorgiamo che veniva usato un linguaggio profondamente offensivo, lo stesso, nella sostanza, che abbiamo, più volte, sentito, nei mesi passati, in Italia, da alcuni personaggi pubblici, nei confronti di migranti e rom, di chiaro stampo razzista: dice la relazione “.. generalmente sono di piccola statura e di pelle scura…non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane…fanno molti figli che faticano a mantenere e sono lamentosi e petulanti…” e aggiunge, con lo stigma della devianza etnica, “.. si dice che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro..”. Del resto, già nel 1904, in un articolo del San Francisco Cronichle, si parlava di nostri concittadini, in modo “leghista”, ossia come “soddisfacenti lavoratori e timorosi della legge” o “malfattori” a seconda che provenissero rispettivamente, dall’Italia al di sopra o al di sotto del 45° parallelo ( è quello che taglia orizzontalmente la pianura padana e passa per il centro di Torino!). Evidentemente, certi pregiudizi hanno radici molto antiche, che, per fortuna vengono smentite dai successi delle varie generazioni di nostri migranti.

6 gennaio 2012

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