Io vicino a Boldrini tra nuvole di fumo

Ripresomi dall’imbarazzo, mi rivolgo alla giovane compagna alla mia destra. “Florian di Bolzano, ciao!” E lei: “Laura Boldrini delle Marche!” Poco mancava che fossi preso da un altro colpo di vergogna. Boldrini? L’avevo già sentita chiamare, e forte dell’esperienza imbarazzante di poc’anzi riuscivo ad evitare ogni ulteriore penosità. Diventammo compagni di banca per tutte le successive sedute.

Florian Kronbichler, Corriere dell’Alto Adige, 19/03/2013

Laura BoldriniNon è un mistero e non mi vergogno di ammettere che la mia entrata (salita, per dirla in modo più appropriato) è frutto di una coincidenza di varie circostanze propizie: legge elettorale, coalizione, alleanza di liste, premio di maggioranza … Ci stavano proprio tutte e che alla fine ce l’ho fatta, se anche con la rotta della cuffia, lo devo anche ad un bel po’ di fortuna. Non me ne vergogno. “Vis et fortuna” sono secondo Macchiavelli le doti essenziali del Principe, e buttandola sull’ironico, ho spesso detto in campagna elettorale di aver “il talento di aver fortuna”. Ci sono tanti i talenti. C’è chi è intelligente, chi è bello, chi sa parlare bene, ed io, solitamente, ho fortuna. È una qualità non indifferente e a chi ironizza sulla mia riuscita esigua, rispondo con un altrettanto ironico “aver fortuna è permesso”.

Ecco quanto al segreto della mia riuscita. Apparentemente, però, dea Fortuna non mi ha abbandonato con l’elezione. Continua a sostenermi anche nei miei primi passi da parlamentare. Prova ne è un episodio che come protagonista ha la neo-eletta presidente della Camera Laura Boldrini e mi prendo la libertà di raccontarlo.

Fu il 5 marzo, una settimana dopo il voto, che sono sceso a Roma per la prima riunione del gruppo Sel (Sinistra Ecologia Libertà) entro il quale fui eletto. Ero emozionato, comprensibile, non conoscevo nessuno. La prima impressione che traevo della futura compagnia non fu delle migliori. Tanti vecchi (solo più tardi mi accorsi che per la maggior parte si trattava di funzionari di partito, gli eletti effettivamente si rivelavano più giovani), tanto più uomini che donne e ciò che mi colpì di più: quanto fumavano, ma quanto! E non solo sigarette. Sigari! Il cortile fuori della sala congressi puzzava di toscanelli.

Da principiante, montanaro sceso nella metropoli, fui tra i primi a cercarmi un posto in sala. Terza fila, non troppo davanti per passare per secchione, non troppo indietro per farmi scambiare o per prepotente o, peggio, per disinteressato. Col rituale ritardo arrivano i “colleghi”. Dal grado di disinvoltura in cui si muovono, cerco di individuare il rispettivo rango. Per ultimo arriva Nichi Vendola, ovviamente gentile per niente arrogante, perché come tutti i veri leader non ha bisogno di esibirsi tale. L’assemblea inizia. Io sto seduto con a sinistra un signore all’antica, vestito molto casual, da noi si direbbe alla contadina, con basco e pipa in bocca. Puzza, e anche forte. Alla mia destra una giovane donna, non alla moda, ma di una eleganza naturale e con l’aria che diffonde autorevolezza.

A me, per prima cosa è saltato all’occhio il fatto che aveva lo stesso taccuino che uso io e che prendeva appunti quasi così assiduamente come io, particolare che, più la seduta andava avanti, mi fece apparire meno “importante” la signora. Si sa che i big di solito non prendono appunti. Lo ritengono una cosa da scolaretti, al di sotto della loro dignità. In più la calligrafia di quella ragazza, grande e irregolare, non mi induceva ammirazione. E già le tolgo parte del mio iniziale rispetto. Sarà una come tante, forse un po’ più secchiona.

Nel frattempo l’anzianotto alla mia sinistra pare si sia addormentato che all’improvviso sbotta: “è ora per una fumata!” È il momento che colgo l’occasione di presentarmi: “Sono Florian di Bolzano”, dico (mi presento a tutti con il nome di battesimo, perché con il mio cognome, in Italia, è un problema) e ritenendomi fra compagni mi viene normale chiedergli: “E tu chi sei?” Risponde: “Sono Occhetto Achille!”

Iniziamo bene, è la mia reazione. Ovvio che l’ho riconosciuto subito, ma la gaffe era già successa. Non sapevo che questo veterano del comunismo italiano stesse ancora in circolazione. Quasi mi volevo scusare, ma il gentiluomo non pareva che avesse preso per lesa maestà la mia ignoranza. Come se niente fosse, si congedò alla sua “fumata”.

Ripresomi dall’imbarazzo, mi rivolgo alla giovane compagna alla mia destra. “Florian di Bolzano, ciao!” E lei: “Laura Boldrini delle Marche!” Poco mancava che fossi preso da un altro colpo di vergogna. Boldrini? L’avevo già sentita chiamare, e forte dell’esperienza imbarazzante di poc’anzi riuscivo ad evitare ogni ulteriore penosità. Diventammo compagni di banca per tutte le successive sedute. Laura (ci si chiama ovviamente per nome) è la prima a consolarmi quando, lunedì 11 marzo in piena seduta, piomba la notizia di una mia presunta non-elezione (“non preoccuparti, conosco il tipo che ha fatto ricorso, non è stato rieletto e ora crede di poter rimediare a suon di carte bollate”). Mi complimento con lei per il più sincero di tutti gli interventi sulle elezioni (perse): “Noi abbiamo convertito solo i convertiti”; “la sinistra oggi evoca sconfitta, non alternativa”; “la gente di sinistra non ha votato a sinistra, perché non ci crede più”, “non dobbiamo parlare dei problemi nostri, ma degli elettori”; “Grillo non si è inventato niente, ha preso i nostri temi, riuscendo a presentarsi nuovo e far apparire vecchi noi”. Così ha parlato. Insieme ci siamo vergognati, venerdì 15, primo giorno al Parlamento, dei tre turni di voto a scheda bianca. “Fuori nessuno ci capirà”.

E mi si scusi la vanità. Sabato mattina alle 8 di mattina in Transatlantico di Montecitorio: Si riunisce il gruppo Sel per accordare la linea di condotta nei confronti del PD. Ci sono tutti all’eccezione di Vendola. L’aria è depressa. La figuraccia del giorno prima ha lasciato il segno. Si levano primi moti di contestazione nei confronti dei propri leader e del partito-fratello maggiore PD in generale. Non ci ignora nemmeno. Minacciamo di votare Movimento 5 Stelle. È la rabbia della rassegnazione. Al ché arriva la notizia, anzi, ancora la voce che Bersani “ha deciso ed è una sorpresa”. Laura è l’unica a “capire” e si dispera subito. Mezz’ora prima, sulla strada per Montecitorio, la Boldrini aveva incrociato Dario Franceschini, presidente della Camera designato dal PD. “Incrociato” sicuramente non a caso. Mettendole la mano sulla spalla, le avrebbe sussurrato, “vedrai, ci sarà una sorpresina”.

“Lì ho capito tutto”, confessa ora la candidata. Sembra disperata. E se non lo è davvero, lo finge bene. Noi tutti intorno a congratularci e io stesso tuttora mi compiaccio di quanto ero bravo a “convincere” Laura del valore della carica per lei, per noi tutti e per il paese intero. Non avrà influito niente sulla decisione della presidente in fieri, la sua decisione se la sarà già presa, figuriamoci. Comunque, più di qualcuno si è complimentato con me per il contributo che avrei dato.

È finita come sappiamo. Laura Boldrini presidente della Camera ed entusiasti tutti. Con me bambino baciato da Fortuna, in mezzo. Il primo brindisi con pranzo al ristorante della Camera la neo-presidente lo riservava alla sua banda Sel. L’ho perso, colpa il mio senso d’orientamento, notoriamente miserabile. Più tardi i compagni mi hanno riferito che a tavola, la compagna presidente avrebbe chiesto del suo “compagno di banca Florian”. Non sapevano rispondere. Mi ero perso nei labirinti del palazzo di Montecitorio.

PS: Il collega deputato SVP Albrecht Plangger, noto per il suo spiccato senso pratico, mi si è avvicinato la stessa sera dell’elezione della Boldrini, esortandomi: “Sono contento. Ti adoperai per farci aver buoni contatti con la presidente.” Siamo gente pratica.

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