I nostri treni “moderni”, che tristezza

Oggi sull’Alto Adige, in prima pagina, è uscito un articolo “i nostri treni, che tristezza”. Si legge peraltro: “…rifocillarsi negli autogrill è un’esperienza allucinante. Non c’è uno spazio verde…”. Il problemuccio è che l’articolo l’ho scritto io, e non Carlo Costa che è il direttore delle Autostrade… Eccolo:

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“Sei in un Paese meraviglioso, scoprilo con noi”. È lo slogan di “Autostrade per l’Italia”. Puntano sul turismo di qualità, così almeno sostengono. Goethe, attraversando l’Italia, disse che qui “la bellezza è l’ospite più gradito”. Non aveva visto le stazioni di servizio, l’illuminato poeta. Attraversare il Bel Paese in auto e rifocillarsi negli autogrill è un’esperienza quasi allucinante. Non c’è uno spazio verde, le poche panchine sono schiacciate tra cassonetti dei rifiuti e parcheggi. Trovare un panino davvero buono è un’impresa, il caffè spesso viene servito in bicchieri di carta. A me è successo, sono stato sfortunato?


Meglio il treno, verrebbe da dire. Lì lo slogan è “Qualità a 300 all’ora”, ma anche in quel caso meglio non fidarsi. Oddio, il Frecciargento da Bolzano a Roma è comodissimo, si arriva in tempo per bere un aperitivo in piazza di Spagna. Attenti, però, ai tassisti abusivi, è difficile distinguerli da quelli autorizzati. Sì, il treno è comodo, per la sua velocità. Punto. Per il resto, non mi parlate di turismo intelligente…
Il treno ad alta velocità arriva in stazione alle sette in punto. Sono molti i passeggeri che si accomodano nella mia carrozza. L’aria condizionata è fortissima, provo a chiudere la bocchetta, ma non ci riesco. Chiedo aiuto alla hostess che mi porge un quotidiano. “C’è chi ha freddo e c’è chi ha la testa calda”, mi risponde. Però non sono l’unico viaggiatore costretto a mettere il maglione in piena estate. Anzi. Rannicchiato nella mia poltrona small size vorrei chiudermi nei miei pensieri, godendo delle italiche bellezze dal finestrino. Ma l’altoparlante continua a riportarmi alla realtà. Una voce stridula ad altissimo volume invita i passeggeri a “gustare le specialità italiane” nella carrozza ristorante. James il texano, mio dirimpettaio, decanta la qualità del caffè italiano alla sua signora: la giovane coppia è alla ricerca dell’Italia romantica, quella della poesia, degli scenari idilliaci. Il Paese del Sole popolato da persone gentili e cordiali. Attacchiamo discorso. Mi parlano di pizza e del Colosseo: i loro occhi scintillano. Mi invitano a prendere un espresso nella tanto decantata carrozza ristorante. L’addetto al servizio ristorazione, uno scorbutico impiegato versione umana della Frecciargento musolungo ci serve cappuccio e caffè in bicchierini di plastica (riciclata?) e brioche impacchettate. Il sorriso stamane l’ha dimenticato a casa sua. O almeno lo spero, per lui. Batte lo scontrino e lo mette sotto il naso dell’americano borbottando “dieci euro”. La signora James chiede una bottiglietta d’acqua, l’inserviente apre il frigo e gliela sbatte sul banco. Poverino, deve emettere una seconda ricevuta. Se poco prima era lunatico, adesso è proprio arrabbiato. Temo diventi manesco, meglio tornarcene al nostro posto.
Mentre i due giovani di Dallas parlano sottovoce, almeno dieci persone strillano al telefono. L’offerta dello snack, buttata lì svogliatamente dalla hostess, fa irrigidire i miei compagni di viaggio d’oltreoceano. Controllano se il posto corrisponde al loro biglietto. Traduco il “dolce o salato?” aggiungendo: “Yes, first class. Di meglio non c’è, sorry.”. Negli States infatti, sull’Acela Express si può chiedere caffé, té, noccioline e biscotti a volontà. La nostra prima classe, invece, non ha nulla a che fare con un viaggio di qualità.
Ammiro l’incantevole paesaggio toscano. Arriviamo puntuali nella Città Eterna. Aiuto i miei compagni di viaggio con le loro pesanti valigie; li saluto, raccomandando loro di non farsi avvicinare da sconosciuti, nella stazione Termini. Si prendono per mano. Altro che Goethe: un pezzo d’italica poesia, anche per loro, è già svanita.

Alto Adige, 27/07/2013

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