Le fabbriche del sudore e i diritti

Le chiamano fabbriche del sudore, “sweat shops”. Poveri cristi condannati vita natural durante a sgobbare in magazzini, ingabbiati come animali da mandare al macello. Sfruttati all’inverosimile, senza la prospettiva di una vita migliore. I peccati più grandi della nostra economia consumistica sono proprio queste disuguaglianze e la rigidità sociale che ne consegue. Un’economia disumanizzata, che ha dimenticato i diritti fondamentali dell’uomo, ha assoggettato alle proprie esigenze e ghettizzato milioni di esseri umani, creando un sistema chiuso, una macchina infernale che risponde solo alle regole della finanza, con l’unico scopo di garantire ricchezza a quei pochi che posseggono già quasi tutto, per fare soldi, ancora soldi, sempre più soldi.

Quello che distingue gli esseri umani dal resto delle creature viventi è la stupidità. La folle ottusità che non ci consente di capire che ci stiamo avviando a grandi passi verso una fine certa. La crisi di questi ultimi anni ci dovrebbe aver insegnato che abbiamo superato da tempo ogni limite, ma l’incoscienza dello sviluppismo a tutti i costi ci spinge ad andare oltre. Perché nelle scuole di economia si insegna a obbedire, più che a pensare, assoggettando gli studenti ai dogmi del neo-capitalismo più becero. I nuovi manager escono dalle università formattati, indottrinati fino al midollo, incapaci di porsi delle domande. I loro manuali sono bibbie di una scienza ormai superata. Eppure, se li leggessero con più attenzione, scoprirebbero cose interessanti: che perfino Adam Smith, ad esempio, era un ottimo psicologo sociale; che concetti come mercato, giustizia e comunità sono indissolubilmente legati tra loro; che il crimine più grande che l’economia può commettere è compromettere gli equilibri della comunità. Capirebbero che in uno stato democratico non può esserci un imprenditore così potente da influenzare il governo. Quando le business schools sostengono che l’unica cosa che conta è l’utile, che il valore di mercato è più importante di quello intrinseco, istigano al crimine economico.

“La gente non crede più alle bugie, è impossibile regnare così”, disse qualche anno fa un famoso dittatore africano. E allora perché milioni di persone credono ancora alle menzogne dell’economia neo-capitalistica? Sono diverse le risposte a questa domanda che sono giunte, qualche giorno fa a Milano, dal convegno “L’economia a misura d’uomo”, organizzato dal Forum per la finanza sostenibile in collaborazione con Günther Reifer, del Terra Institute di Bressanone. Al centro del dibattito c’era l’Economia del Bene Comune, che conta già seimila sostenitori tra aziende, associazioni, uomini politici e personalità di ogni parte del mondo; un modello nuovo, ma in un certo senso vecchio come il mondo, se pensiamo che Aristotele – quasi 400 anni prima della nascita di Cristo – definiva il sistema economico votato solo all’accumulazione di ricchezze “contro natura”; che Cicerone – 300 anni più tardi – sosteneva che il bene del popolo deve essere la legge suprema; che Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo, affermava che ogni legge è finalizzata al bene comune; a ancora la volonté générale di Rousseau, la Costituzione bavarese del 1946…

Alla fondazione Cariplo, sede del convegno, il filosofo Claudio Naranjo ha spiegato che l’economia è un enigma: è l’avidità ad ispirare le civiltà, come un cancro che divora la vita, che ci rende zombie e che dovremmo essere de-zombificati. Io ho portato l’esempio della trasformazione di un’azienda – quella della mia famiglia – sulla base dei principi del Bilancio del Bene Comune, raccontando quanta soddisfazione ci ha dato capire che il profitto è importante, sì, ma non può essere l’unico scopo di un’impresa.

È stato un bel momento per capire che dobbiamo – e possiamo – essere meno passivi, che dobbiamo richiamare gli intellettuali al loro ruolo, che dobbiamo – e possiamo – credere in un mondo migliore, che dobbiamo trovare la forza per farlo in un pensiero apparentemente utopico, fatto di bellezza e di speranza. Quella che ci hanno dato le tante persone presenti al convegno e le oltre tremila collegate con noi in streaming. Ora, però, bisogna agire. Possiamo riuscirci, a patto però di volerlo, questo cambiamento, a patto di capire che la crisi economica che stiamo vivendo è solo l’ultima delle crisi che hanno impoverito la nostra società, generando mostri come quegli “sweat shops”. A patto di orientare il nostro operato ad un principio un po’ obsoleto, non più tanto di moda, quale l’etica.

Michil Costa, Alto Adige 20/11/2013

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