Prigionieri ancora di quelle trincee

 

Un colpo di pistola esploso a Sarajevo cento anni fa mise a nudo la degenerazione umana e spirituale della civiltà di allora. Ma la Grande Guerra è davvero finita?

“Poco più di un noioso contrattempo”. Questo deve avere pensato Francesco Giuseppe I un secolo fa. Regnava già da quasi sette decenni; la sua vita non era stata una passeggiata. Il fratello era stato fucilato dai rivoluzionari, il figlio Rodolfo si era suicidato e la bella Sissi uccisa da un anarchico. Non si fece certo prendere dal panico. Quel moccioso ventenne, Gavrilo Princip, sbandato, ingenuo o criminale che fosse, aveva appena ucciso Franz Ferdinand e Sofia. Ormai era successo: non era un segreto che lui, l’imperatore d’Austria, e l’arciduca erede al trono si avessero in gran simpatia. Quel che gli serviva era un periodo di riposo a Bad Ischgl.

grande-guerra-01-940x600Forse una guerra circoscritta, limitata, contenuta, l’aveva presa in considerazione; ma mai l’imperatore poteva immaginare che quell’incidente avrebbe generato un mostruoso conflitto di dimensioni mondiali.

Lo sviluppo economico era in piena ascesa, la Germania si stava avviando a gran velocità verso un esteso benessere, il Regno Unito soffriva certo d’ipertrofia imperiale, ma gli animi bellicosi se ne stavano relativamente buoni. Sì, negli anni antecedenti il 1914 l’ottimismo era alto: si ascoltava la radio, il cinema era un gioioso momento di aggregazione, la medicina in pieno sviluppo, il vento dell’innovazione soffiava inarrestabile e la libertà viaggiava in automobile!

Era la Belle Époque: pura gioia di vivere dopo la grande depressione che sembrava potesse essere eterna. I progressi della tecnica e della scienza, la nascita del cabaret, l’impressionismo, le nuove arti e le avanguardie, la pubblicità che generava euforia e istigava alla frivolezza: l’evidente prosperità aveva convinto più d’uno di appartenere a un mondo superiore. C’erano sì dei conflitti, ma appartenevano a un mondo lontano. Lo spirito decoubertiano dei primi giochi olimpici del 1896 era però una pia illusione collettiva. Tutti volevano vincere, non solo partecipare, ma la modernità aveva il suo prezzo. Il consumo superava i reali bisogni e le famiglie meno abbienti iniziarono a indebitarsi. Come in ogni società basata sul mero consumo delle merci, c’era chi vinceva e chi soccombeva. Ovvio che qualcuno nutrisse sentimenti nostalgici verso il passato. In una notte d’aprile del 1912 il transatlantico più sfarzoso di sempre, il Titanic, affondò. Più che tragica metafora, un segnale deciso: la grande corsa in direzione del progresso si arrestò e il grande sogno della Bella Epoca cozzò sull’iceberg della prosperità infinità. E di qualche vizio di troppo. Va da sé, i vizi generano odio e le cose iniziarono a mutare gradualmente. Tutta l’energia accumulata in quegli anni di puro eccesso doveva trovare una valvola di sfogo. Era solo l’inizio di una successione di eventi che generò la “Urkatastrophe”, la “catastrofe originaria”, così la chiamò lo storico George F. Kennan.

La pace, però, sembrava ancora un caposaldo. Certo, c’erano i militaristi, i bellicosi, i tanti popoli sotto la morsa austro-ungarica che ambivano a una loro indipendenza. E c’era chi, tra i tedeschi, aspirava a una “Weltmacht”, un “potere mondiale”, e guardava alla guerra come soluzione ai conflitti interni al governo. La situazione, nonostante tutto, sembrava sotto controllo. Erano anzi derisi i catastrofisti con i loro allarmismi.

Churchill e Lloyd George non erano certo pacifisti, ma l’opinione più diffusa di gran parte della politica e del popolo inglese era che la pace avrebbe avuto la priorità.

Mentre parte della stampa si divertiva con la satira, la catastrofe si avvicinava inesorabile. L’energia accumulata ormai era fuori controllo. Parte del clero scrisse all’allora papa Benedetto XV: “Santo Padre, noi non vogliamo la vostra pace”. Thomas Mann giudicò la guerra nobile, Marinetti la glorificò poeticamente, Severini la appoggiò con i suoi dipinti futuristi e l’esteta d’Annunzio con le sue elucubrazioni. C’era chi si oppose, chi aveva capito: alcuni intellettuali, il movimento artistico Dada, molti politici. A nulla valsero i loro proclami, nulla poteva opporsi al disorientamento, all’aumento delle incertezze, al degenerarsi della situazione. Di più: nulla poteva arginare la dilagante, improvvisa, ondata di follia. Che, autentica polveriera, era pronta a esplodere in tutto il suo immane fragore. La propaganda si fece intensa, si arruolarono i volontari. Infine, la chiamata alle armi. I tedeschi pensarono a una guerra lampo invadendo Lussemburgo, Belgio e il nord della Francia. La strenua resistenza francese a Verdun, sulle Marne, compì il miracolo. Mentre Parigi restava un sogno nel cassetto, la guerra sarebbe diventata un armadio di atrocità.

Quell’insolita quanto assurda guerra da noi si fece sui monti, nelle trincee, nei buchi delle montagne, con migliaia di ragazzi che mai avevano visto le montagne aggrappati per mesi alle pareti. Scavarono, trapanarono e vivessero come topi tra i pidocchi e la dissenteria continua. Morirono sotto slavine e frane. Chi in cima ai cocuzzoli. La chiamarono guerra di posizione: si prendeva una postazione, per riperderla il giorno dopo in un continuo e crudele tira e molla. Il Monte Piana, la Croda di Sesto, le Tre Cime, il Lagazuoi, il Col di Lana, chiamato Col di Sangue con i suoi ottomila morti e la Marmolada con i suoi dieci chilometri di gallerie nei ghiacci: la montagna stessa, inerme e ferita, diventò dimora comune della disperazione. Il nemico si specchiava in se stesso: nell’età giovane, nei sogni svaniti, nelle speranze bruciate. Nascondersi, aspettare, mirare. Fin quando il generale di turno non decideva di usare quei ragazzi come materiale umano. Il morire divenne anonimo, l’ammazzare un lavoro. Vinse la mitragliatrice in più, il non farsi sentire dal nemico mentre si scavava la montagna posizionando per bene qualche centinaio di chili di gelatina di dinamite. La guerra, nata da un afflato ipermoderno, divenne antimoderna, antica, grottesca: furono gli ingegneri della morte astratta a gestire il conflitto con cecità e inaudita presunzione. La guerra divenne industriale e l’inutile strage fu quanto di più folle si fosse mai visto: Caporetto, gli americani, i giapponesi, la capitolazione, Versailles. La febbre spagnola. Quaranta milioni di morti. Forse cinquanta. Peggio della peste nera; la portarono gli americani, in Francia, nel 1917. Purtroppo la guerra non avrebbe posto fine alla guerra. Le tensioni che seguirono avrebbero portato a un nuovo atroce conflitto e qui da noi sarebbe continuata con le opzioni, le dinamiti degli anni sessanta e nel mondo con la revolùtzia, la guerra atomica e poi quella fredda. Il Vietnam. E le brutte storie che conosciamo e che continuano imperterrite.

Quel ragazzo fanatico, sognava una società più giusta. Piangere non basta. E nemmeno portare fiori alle tombe. Pregare non basta: qui c’è bisogno di vita vera per tutti. Come? C’è una parolina, una sola, che spesso dimentichiamo: rispetto. Senza violenza e senza odio, per una società più giusta. Solo in questo aveva ragione Gavrilo Princip.

Michil Costa

dalla prima pagina di “Alto Adige” e “Trentino”, 29/06/2014

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