L’orologio dell’apocalisse

Le Dolomiti, bel posto. Talmente bello che a Corvara in Alta Badia tra questi bei monti non si vogliono profughi: questione d’igiene, sicurezza e soprattutto d’immagine. Tutti gli altri, quelli che per qualche giorno sulle belle piste innevate sono disposti a pagare, sono ben accetti. Mentre il nuovo Presidente austriaco invita alla solidarietà e a porre l’ottimismo davanti all’incertezza, mentre in albergo ricordiamo l’olocausto, perché è solo ricordando che riusciremo a far sì che non succeda più, il nostro comune invita a “difendersi con mani e con piedi dall’altro” e l’orologio dell’Apocalisse avanza a due minuti e mezzo alle dodici. Il grande Petrarca ci suggerisce invece di distendere l’arco del tempo e “guardare contemporaneamente avanti e indietro”, perché è solo così che ci evolveremo verso il meglio. La speranza non è persa, abbiamo ancora due minuti. Due minuti? Sì, due minuti. Il presidente Trump (mi fa ancora un certo effetto chiamarlo presidente) ha causato l’avanzamento delle lancette di un altro mezzo minuto. Gli scienziati del ‘Bulletin of the Atomic Scientists’, fra cui ci sono quindici premi Nobel, manovrano ogni anno il Doomsday Clock, l’orologio simbolico ideato all’Università di Chicago nel 1947. Il mezzo minuto perso è a causa del forte aumento del nazionalismo nel mondo, delle dichiarazioni del presidente Donald Trump sulle armi nucleari, del riscaldamento climatico, del deterioramento della sicurezza mondiale in un contesto di tecnologie sempre più sofisticate così come di una crescente ignoranza delle competenze scientifiche”. A proposito: il presidente Trump, ancora lui, vuole costruire il muro sulla frontiera con il Messico e farlo pagare ai messicani. Ma si può?

Il Papa sostiene che “Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni”. E mentre Trump bucherà la crosta terrestre per estrarre l’energia, in altre parti del mondo pescheranno anche l’ultimo pesce e taglieranno anche l’ultimo albero delle foreste. E mentre qui aspettiamo la neve chiudiamo ai più deboli.

Mi viene un po’ di tristezza a osservare l’orrore dell’attualità ma continuerò a parlare di bellezza e credere nella verità. Continuerò a mantenere il sorriso e a sperare che la montagna non sia solo vista come strategia di marketing. Continuerò a ribadire che a Corvara, come in ogni altro posto del mondo, non si debbano creare muri.

E voglio sperare che le Alpi tutte, possano in futuro essere amministrate come una regione unica con le varie peculiarità, problematiche, opportunità. E voglio sperare anche che si capisca che la concorrenza di Corvara non è Courmayeur ma Netflix. E che le persone che fuggono possono essere una grande risorsa, e che le emissioni di co2 nell’atmosfera non sono un’invenzione, e che se non ci diamo una calmata non sarà una risata a seppellirci ma qualcosa di molto più triste.

 Michil Costa, La Stampa, 01/02//2017

 

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