Defend the land

Il primo spot della storia di Patagonia è a difesa delle terre americane:

”I National Monuments sono un elemento fondamentale della nostra eredità nazionale, queste terre non appartengono solo a noi, ma anche alle generazioni future. Siamo dalla parte dei milioni di americani che hanno fatto sentire la propria voce per la protezione delle terre pubbliche. Speriamo che il Segretario di Stato Zinke ricorderà le sue radici e le sue parole e proteggerà questi tesori nazionali”. Rose Marcario

Un giorno fuori dal tempo

Il 25 luglio corrisponde al 365° giorno dell’anno nel Calendario delle 13 Lune dei Maya. Un giorno per donare senza aspettarci nulla in cambio.

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copyright Guatav Willeit

I Maya, con il loro calendario delle 13 Lune, dividevano l’anno solare in 13 mesi di 28 giorni ciascuno e quindi in 52 settimane perfette, per un totale di 364 giorni. Ne rimaneva uno, il 365° giorno. Eccolo il Giorno Fuori dal Tempo che in corrispondenza con il nostro calendario cade Il 25 luglio. Per la civiltà Maya il giorno fuori dal tempo è un giorno di completamento e perdono, di celebrazione della vita e dell’esistenza. Abbiamo già scritto del perdono, e allora cos’è questo perdono? L’uomo, a differenza di tutte le altre creature, non è consapevole della straordinarietà del dono che ha ricevuto. Non riconoscendolo fa peccato mortale, si fa quindi mortale. L’uomo è un animale strano: è l’unico a non accogliere naturalmente il manifestarsi di Dio. Tutte le altre creature lo fanno, perché Dio si loda manifestandosi in loro. Solo noi impediamo di accogliere il dono di essere a immagine di chi ci ha creato. Non uguali, ma simili. Solo noi esseri umani non abbiamo la capacità di pensare che “la radice di ogni peccato è la mancanza di accoglimento”, come diceva una volta un poeta russo. Accogliere è fondamentale e si può solo accogliere se prima ci si svuota. Svuotarsi per ricevere. Solo così potremo donare. Nella nostra forma mentis, però, è il do ut des il presupposto dominante: doniamo se riceviamo. Eppure dare è divino: ma quante volte il dare è condizionato dalla aspettativa di ricevere? 

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Blindati in un cellulare

Prendere quel coso e buttarlo lontano. Ma all’ istinto preferisco i modi gentili. Anche se quando una persona, un collega, sì anche un amico che non vedo da tempo dopo un saluto veloce sfodera subito il telefono per mostrarmi qualcosa, qualsiasi cosa, un video, un filmato ecco che la gentilezza va a farsi benedire. Lo ammetto: mi dà enormemente fastidio. Sto invecchiando, lo so. O forse sto cercando di non cedere al rimbambimento collettivo. Che nessuno si offenda perciò se la prossima volta dirò: non mostrarmi nulla sul telefono. Raccontami.

Che bello quando un ospite entra in Casa senza parlare al telefono. Che bello quando non si strepita lungo i corridoi maneggiando scatoline ipertecnologiche. Che bello quando non vedo un ospite al bancone del bar chino sul display ma con lo sguardo rivolto verso l’amico, l’amica o il barman di turno. Propongo di omaggiare con una torta di marzaphane a forma di cellulare fairphone a chi non mette lo smartphone sulla tavola. Quei benedetti telefoni ai quali dedichiamo troppo tempo creano dipendenza e, come gli stupefacenti, non recano poi tutti quei benefici che pensiamo.

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Curiamo più l’umanità, meno i bilanci

Con un fiuto che sa di pregiudizio, il Comune di Corvara ha reso noto che occorre “difendersi con mani e piedi, perché la maggior parte di questi non sono rifugiati, e poi essendo troppo diversi culturalmente, ne va anche della sicurezza, igiene e immagine di Corvara”. Mi domando: come possono consiglieri comunali giudicare come “non migranti” persone di cui nulla sanno e che non hanno mai incontrato? Non vi sono anche dei turisti “culturalmente molto diversi”? Penso – tra gli altri – a quegli sceicchi che a volte compaiono nelle nostre terre con ampio seguito di mogli e di personale. La differenza “culturale” è in realtà una differenza di censo? Hanno dimenticato i ladini gli anni recenti in cui erano costretti anche loro a uscire dalle loro valli per trovare lavoro e sussistenza per le proprie famiglie? Di fronte al museo ladino di San Martin de Tor, è inciso nella pietra: “Non vendere la tua terra, il tuo sangue!”. Non si dice però di chiudere la proprio terra, perché non siamo noi a possedere la terra ma sarà prima o poi lei, nostra madre, ad avere noi. Ed allora vedremo se il nostro agire sulla terra ci avrà meritato “una patria nei cieli” (come scrive san Paolo) o se ci troveremo apolidi ed esclusi dai “giusti delle genti”, perché non abbiamo curato l’umanità ma i bilanci.

Don Paul Renner, dal Corriere dell’Alto Adige,

Che non succeda più, a questo dobbiamo lavorare

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“Il mondo non vi crederà mai”. Ecco quanto dicevano i carnefici della Shoah ai prigionieri dei campi di sterminio.

Es reicht nicht aus, der Toten zu gedenken, sie zu ehren und zu betrauern. Wir müssen die jetzige Generation aufklären und uns um sie kümmern; es ist geschehen, daß es nie wieder geschehe!

È avvenuto e può accadere di nuovo: questo è quel che c’è da dire. Qui in Casa ricordiamo l’olocausto. Che non succeda più.

Vigni iade che punsun che al ne é nia da to sö porsoner cun dificoltês, che vëgn da foradeca, metun n’anel pro na morona ulach al’è l’lager ala fin. Cun bona pesc dl comun de Corvara che vëiga i migranc scioch “atri”.

Il nostro comune non accetta pochi rifugiati. Per questioni di immagine e di igiene. Oggi è il giorno della memoria. Non credo vi sia altro da aggiungere. 

Ripensiamo bene alle nostre piccole fortune

Ma fuori stagione? Fuori stagione nelle nostre valli la vita si ritira, a discapito della convivialità.

C’è grande fermento in valle. Nei mesi di pausa tra una stagione e l’altra è tutto un togli qui e metti lì, porta su e butta giù. Questi cambiamenti repentini, anche apparentemente minimi, creano in me un forte senso di spaesamento. Forza, quel vecchio fienile non serve più. Che caschi giù, allora. Dai, conta più la cubatura di una vecchia dimora a fungo, orgoglio dei nostri avi, che la casa stessa. E quel pezzo di prato dove giocavamo da bambini, bisogna farci un garage interrato. E poi ci sono i sorbi dell’uccellatore, quelli davanti alla chiesetta. Meglio toglierli. Sottraggono spazio prezioso ai parcheggi. E quell’aiuola va rimpicciolita, così come quel giardinetto con la fontana del paese: ci vuole un marciapiede, perbacco.

Quante decisioni legate al piacere del turista sono prese per sostituire quel che c’era prima con quello che con poca lungimiranza sembra a prima vista più funzionale. Del resto, è risaputo, un posto turistico ha bisogno di innovazione, di sviluppo, di alberghi, di comodità. Ne siamo così sicuri? Il piacere di una vacanza può sostituire quel che era vitale in un tempo passato?

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FERATA DLES DOLOMITES, PU EH!

sëra de presentaziun dl proiet dla
FERATA DLES DOLOMITES
ai 18 de utober
dales 20:00
tl salf dla Ciasa dla Cultura a La Ila

Moderaziun dla sëra: Christoph Perathoner – Presidënt dla SAD S.p.a.
Introduziun: Ingemar Gatterer – CEO dla SAD S.p.a.
Presentazion dl proiet: Helmuth Moroder – coordinadú dl proiet

INVIT: invit_ombolt_info_ferata_dolomites

 

bz-corvara-in-badia-1953-dolomiti-mt1558