YAMA NO HI

Oggi in Giappone si celebra una nuova festa nazionale: LA FESTA DELLA MONTAGNA, per “celebrare una giornata che offra alle persone l’opportunita’ di avvicinarsi alle montagne e apprezzarne i benefici”. Buona festa della montagna!

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foto: Gustav Willeit

Una tarma chiamata pubblicità

Entra nelle nostre teste come una tarma che si ciba di legno. Scava i suoi cunicoli nella materia grigia come una talpa indefessa e si fa spazio in modo ossessivo, continuo. A volte non la notiamo nemmeno, lavora sulla nostra psiche con lo scopo di deformare lo spirito critico, di incidere la nostra mente. Può essere scioccante, aggressiva, provocante. Oppure seduce, con i suoi finti bagliori. La usiamo, la giudichiamo, eppure tutti ne abbiamo bisogno, e tutti ne veniamo influenzati nelle scelte quotidiane.

La pubblicità non è una cosa inventata dalla nostra generazione. Già a Pompei, due millenni fa, si invitava la popolazione a votare un certo candidato. È però con la rivoluzione industriale che diventa strumento di massa, si intraprendono tecniche raffinate di comunicazione con l’aiuto di psicologi, disegnatori, registi. La pop art inizia perfino a produrre l’arte in serie, con lo scopo di rappresentare l’uomo come consumatore. L’arte non è più elitaria, ma diventa popolare.
Da qualche tempo la pubblicità – una volta réclame, oggi marketing, comunicazione – si è appropriata anche della montagna. Ha messo gli scarponi ed è salita fin quassù. Quelli che tanto tempo fa erano luoghi sacri, di profondo rispetto dell’ignoto e del divino ora sono diventati spazi subissati da bandiere, cartelloni, striscioni e inquinamenti acustici. Per entrare nella testa del consumatore i loghi vengono amplificati con luci, cliché, allestimenti specifici. A volte il messaggio è veicolato da uso di immagini politicamente corrette: si gioca con la sensibilità del potenziale acquirente, l’inconscio viene manipolato, persuaso, corrotto. Altre volte la sento davvero come un’offesa alla mia intelligenza. Rimarcando in continuazione la necessità della novità per la novità ha lo scopo di sottoporci a uno stress da modernità e vuole inculcarci il virus dell’avere che facilmente sfocia in una sindrome da possesso, riassumibile facilmente in un “se non hai non sei”.

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Montagne della patria

E anche la montagna andava “addomesticata”, senza eccezioni di sorta. A cavallo tra il 19esimo ed il 20esimo secolo, mentre lo Stato sconfiggeva il brigantaggio e 13 milioni di nostri connazionali emigravano per cercare un lavoro, metà dei boschi italiani passarono in mano ai privati.

Fino ad un paio di secoli fa, le montagne destavano in noi emozioni molto differenti rispetto a quelle che ci provocano oggi. Ai nostri antenati incutevano rispetto e devozione. Di più: timore. In seguito furono scoperte dagli avventurieri, studiate dai geologi, violate dai primi turisti. Ma in quell’epoca solo una ristretta cerchia di persone aveva la possibilità – e la forza – per salire sulle nostre montagne, per lo più inaccessibili.
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