Ad accontentarsi del giusto si vive meglio

IMG_5084La Perla, Corvara. Una distinta signora arriva in taxi, accenna un buongiorno, si guarda un po’ intorno come a fiutare l’aria. Austera, cammina lieve, dritta come il campanile della chiesetta di Santa Caterina qui fuori. Accompagnata in camera, servita e riverita di tutto punto, scende mezz’ora dopo: i passi si sono fatti pesanti, la leggerezza degli agi svanita di colpo, il viso corrucciato: “Sono stata minacciata da dei neri (l’espressione che usa non è questa, è ben più colorita) e ora me li ritrovo qui in mezzo alle montagne.” Subito non capiamo, poi tutto si chiarisce, come il cielo che si fa azzurro dopo il temporale: accendendo la tv in camera per prima cosa c’è la presentazione della Fondazione, con tanto di neri, tibetani, afghani. Il nostro ponte con il mondo, perché nei ponti da costruire, come scriveva Alexander Langer, ancora ci crediamo. A cena mi avvicino per cortesia al suo tavolo, ed ecco che la signora ne ha di ogni per la gente di colore. Non l’ascolto e la lascio sola a sproloquiare sui negher di qui e i negher di là. Molte domande mi ronzano nel cervello e di risposte ne ho sempre meno. Arriva un nuovo giorno. I neri non li abbiamo tolti dalla tv. La signora chiede il conto. Doveva stare due settimane. Abbiamo perso un cliente, troveremo altri ospiti.

Albergo Posta Marcucci, Bagno Vignoni. Una coppia di anziani è seduta davanti al Barrino, beve qualcosa ammirando la bellezza della Val d’Orcia. Mi avvicino per fare due chiacchiere; la signora, sostenuta dallo sguardo compiaciuto del marito, mi fa: “Quello che mi piace di questo posto è che non se ne vedono in giro. Eh già, qualche problema l’avete anche voi in Alto Adige a quanto pare.” Continua a leggere “Ad accontentarsi del giusto si vive meglio”

Accoglienza oltre la paura

“Non si riesce a guardare con serenità e con spirito cristiano alle sofferenze che vivono queste persone che lasciano i loro Paesi d’origine e che ci tendono una mano per essere aiutate. Tocca a noi venire loro incontro. È un nostro obbligo di cristiani anzitutto. E poi perché abbiamo la possibilità di aiutarli a vivere meglio.”
Don Willeit

DonWilleit

Cultura della convivenza

Scriveva Alexander Langer nel suo “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica” nel novembre del 1994:

“(..) Non bastano retorica e volontarismo dichiarato: se si vuole veramente costruire la compresenza tra diversi sullo stesso territorio, occorre sviluppare una complessa arte della convivenza. (…) Più abbiamo a che fare con gli altri, meglio ci comprenderemo. (…) Più rigida ed artificiosa diventa la definizione dell’appartenenza e la delimitazione contro altri, più pericolosamente vi è insita la vocazione al conflitto.” È necessario “reagire con la massima decisione ogni volta che si affacci il germe della violenza etnica, che – se tollerato – rischia di innescare spirali davvero devastanti e incontrollabili.”

Mi piacerebbe pensare ad una cultura dell’ospitalità in Alta Badia e in Südtirol, che abbia la volontà di andare oltre il puro turismo, verso un’ospitalità più ampia, più solidale.

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Manuel Riz, Caricatura dl’edma, La Usc di Ladins

Curiamo più l’umanità, meno i bilanci

Con un fiuto che sa di pregiudizio, il Comune di Corvara ha reso noto che occorre “difendersi con mani e piedi, perché la maggior parte di questi non sono rifugiati, e poi essendo troppo diversi culturalmente, ne va anche della sicurezza, igiene e immagine di Corvara”. Mi domando: come possono consiglieri comunali giudicare come “non migranti” persone di cui nulla sanno e che non hanno mai incontrato? Non vi sono anche dei turisti “culturalmente molto diversi”? Penso – tra gli altri – a quegli sceicchi che a volte compaiono nelle nostre terre con ampio seguito di mogli e di personale. La differenza “culturale” è in realtà una differenza di censo? Hanno dimenticato i ladini gli anni recenti in cui erano costretti anche loro a uscire dalle loro valli per trovare lavoro e sussistenza per le proprie famiglie? Di fronte al museo ladino di San Martin de Tor, è inciso nella pietra: “Non vendere la tua terra, il tuo sangue!”. Non si dice però di chiudere la proprio terra, perché non siamo noi a possedere la terra ma sarà prima o poi lei, nostra madre, ad avere noi. Ed allora vedremo se il nostro agire sulla terra ci avrà meritato “una patria nei cieli” (come scrive san Paolo) o se ci troveremo apolidi ed esclusi dai “giusti delle genti”, perché non abbiamo curato l’umanità ma i bilanci.

Don Paul Renner, dal Corriere dell’Alto Adige,

BLANCH Y FOSCH

 

I lec plëgns y frëit assà pur podëi fa nëi; strategies de marketing, na cualité alta, n bun sorvij, düt chësc é important pur nosc turism y pur nosc bëgnsté. N dübe ai bëgn sce le bëgnsté dla porsona vëgn ma asozié a n tacuin plëgn y a n pinsir altamënter egozentrich.

A aldì i comentars de val aconsiadù comunal de nosc comun pèl propi de sce. Al pe che l’imaja de nosc paisc de Corvara sides plö importanta dla situaziun, dramatica, de porsones che chir n daciasa. Mo ci imaja pa? Ne el nia nosc comportamënt tan da egoisc a dé na burta imaja? Val nosc rapresentant politich é bëgn dl opiniun che n’imaja de “n gran y burt y fosch che sprigora pici y gragn” ne passenëies nia ite tla blancia Alta Badia. A aldì val aconsiadù comunal messun se fa pinsiers söl igiene de chëstes porsones; ne ves vëgnel nia in mënt val bur tëmp passé? Y mo chi é pa chisc che é, sciöch al vëgn dit “massa atramënter”? El mo terrorisc? Comunisc mangiamituns? Bruti moderns descendënc dai romans concuistadores che vëgn a se mët sot cun lingaz, identité y kalashnikov?

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Storie di montagna

“L’umanità non è un delitto”, dicono a Breil in Francia. “Difendiamoci con mani e piedi”, dicono a Corvara. A Ortisei invece, dopo un anno dall’arrivo, si festeggia.

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Villa al Sole, Ortisei, Val Gardena
Una casa con un nome bello: Villa al Sole. Una casa il cui nome ora ha un valore aggiunto: l’ospitalità a venticinque profughi africani. Il proprietario, persona determinata nel suo impegno solidale, una persona che ne sa di ospitalità, perché è il suo mestiere, ha destinato la sua casa a un tipo di ospitalità che è sinonimo di accoglienza. Un bel coraggio di questi tempi. Il sindaco del paese, anche lui determinato a non mollare e a tenere alti i valori e i doveri verso il nostro prossimo, lo ha appoggiato fin da subito, facendo sentire la sua voce quando ce n’era il bisogno. Il paese, dopo indignazioni, una raccolta di firme, scontri e dibattitti più o meno costruttivi, ha rivisto le sue posizioni e ora, a un anno esatto dall’arrivo dei profughi, a Villa al Sole è stata festa. Una bella festa, una festa di tutti. Canti, suoni, sapori e culture diverse che s’incontrano. La solidarietà non è mica una cosa triste, anzi: è non solo fonte di ricchezza, ma anche di divertimento. Ve lo assicuro, perché ero lì a festeggiare anch’io.

Consiglio comunale di Corvara, Val Badia
Il Comune rende noto che vista la grave situazione causata dai migranti sul territorio nazionale e provinciale, è necessario ricorrere ai ripari. Vale a dire tenere i migranti il più lontano possibile, assolutamente impensabile prendersene in carico qualcuno e se necessario “di difenderci con mani e piedi, perché la maggior parte di questi non sono rifugiati, e poi essendo questi troppo diversi culturalmente ne va anche di sicurezza, igiene e di immagine di Corvara”. Continua a leggere “Storie di montagna”

Caro Manuel, la tua azione sia d’esempio

È un maestro dell’ospitalità. Gentile e discreto, è una persona di grande sensibilità. In questi giorni lui e la sua famiglia sono sotto l’occhio del ciclone. Il motivo? La sua casa ospiterà, in collaborazione con la provincia di Bolzano e in virtù di una legge nazionale che dice che ogni regione o provincia ha il dovere di accogliere un certo numero di profughi richiedenti asilo – quindi già riconosciuti e passati per il centro di prima accoglienza -, ventiquattro persone provenienti dall’Africa centrale. Quanta paura per lo straniero. Soprattutto se è povero e nero di pelle. “Nihil sub sole novi” mi verrebbe da dire, nulla di nuovo sotto il sole, anzi: sotto la pensione al Sole. E che vi entrino in gioco forti questioni di pancia lo dimostra l’assemblea tenutasi l’altro giorno a Ortisei. Oltre 600 persone, tante delle quali giunte per ascoltare come e quando il nemico verrà a invaderci, si sono incontrate alla Casa della Cultura per discutere il problema: li vogliamo davvero questi esseri umani nel nostro paese immacolato? Sì è parlato erroneamente di clandestini, quando i futuri ospiti non lo sono affatto, sì è sentito il solito ritornello dell’ ‘aiutiamoli là’, come dire qui non vogliamo rotture di scatole, e altre assurdità inaudibili che è meglio sottacere. La paranoia è una psicosi con una preoccupante contagiosità sociale. Raggiunge un’intensità esplosiva quando fuoriesce dalla patologia individuale e infetta la massa. Lo dimostra un numero inquietante: 727 sono le firme raccolte in un piccolo paese come Ortisei e inviate all’amministrazione comunale per richiedere un’altra destinazione per i rifugiati. Invece di inveire, sarebbe più opportuno ragionare. E porsi ogni tanto qualche scomoda domanda. Abbiamo mai pensato che sono proprio fondi d’investimento europei a consumare il suolo nei paesi cosiddetti in via di sviluppo dai quali la gente poi è costretta a fuggire? Lo sappiamo che facciamo affari e ci corriamo gran premi e ci giochiamo i mondiali in Bahrain, a Dubai, ad Abu Dhabi, e riteniamo nostri amici chi finanzia non tanto di nascosto l’ipotetico stato islamico? Lo sappiamo che siamo spesso noi a scatenare guerre dalle quali intere popolazioni sono destinate a scappare per sopravvivere?flucht Continua a leggere “Caro Manuel, la tua azione sia d’esempio”